CARPI…città che sogna

Carpi è una città emiliana, con settantamila persone, in pianura padana, tra pace, nebbia e zanzare. Tuttavia, non è questo l’interessante.

E’ una città che ha le basi solide nel fashion della moda: fanno base qui Gaudì, BlumarineLiu Jo, Twin-Set, VDP, CristinaGavioli, ecc. E’ una città che può vantare la terza piazza più grande d’Italia. Un castello che ha resistito al terremoto. Un Duomo e altre belle chiese. Un teatro magnifico che pretende molto dagli attori. Tuttavia, oggi non è questo l’interessante aspetto di Carpi.

Quando sei appassionato di uno sport e da piccolo vai allo stadio a vederlo con tuo padre, ex giocatore di quel Carpi che vinse il campionato tanti anni prima, ma che ancora tutti ricordano, vorresti solo avere la forza per poterci giocare su quel campo e portare al meglio quei colori.

Carpi 1974

Carpi 1974 – Gualdi Giorgio, in piedi, coi baffi 😉

Carpi 2000

Carpi 2000 – Gualdi Gianluca

Quando ti trovi nel settore professionistico di quella società, ex Berretti, e poi la società fallisce. Cavolo! Fallisce proprio mentre tu speravi di avere le capacità di giocare in quella squadra che vedevi dalla tribuna e, dalla C1, si ritrova in Eccellenza.

Quando allo stadio c’erano 400 tifosi, e voglio essere ottimista, tu giocavi finalmente in quella squadra di Eccellenza, ma la tensione della partita ti portava a un infortunio dopo l’altro. Nervosismo per volere fare sempre di più?

Quando inizi a giocare in categorie inferiori, ma alla domenica, allo stesso orario di quella squadra, e non puoi più andarla a vedere, ti dispiace.

Quando, passo dopo passo, anno dopo anno, vittoria dopo vittoria, quella squadra vince ancora e la trovi in Serie B, la serie Cadetta, e perché tu ai miracoli non credi, ti dici “sarà un bell’anno e godiamocelo, poi vedremo in Lega Pro (temendo un’immediata retrocessione) che fare”.

Invece ti trovi a fare un gran campionato, nel quale non avevi aspettative. Vinci il derby con il Modena, che corrispondeva a vincere quasi metà campionato. “Ottimo anno – pensi – vedremo il prossimo. Bisogna stare coi piedi per terra.”

Invece, il secondo anno di Serie B, ti trovi il CARPI FC 1909 primo in classifica con 9 punti di vantaggio sulla seconda classificata. Vedi ‘i ragazzi’, chiamati così i giocatori di questo favoloso Carpi, in giro per la città con la famiglia, al bar dove anche tu sei a fare l’aperitivo, semplici, sorridenti, vincenti, vedi una città intera.

Serie B

Serie B in Teatro

Chiamateci Cenerentola. Chiamate i tifosi, ora quasi 4000, ‘i tifosi della domenica’ perché vanno allo stadio solo perché ‘i ragazzi’ vincono. Urlateci che ‘assomigliamo a Babbo Natale’ perché siamo bianco-rossi.

Quando lo desidererete, e solo in quel momento, chiamateci ‘La Capolista’.

In fondo, Carpi, è una città semplice, che sogna in silenzio. Fateci sognare ancora un po’. Fino a Giugno. Solo lì grideremo la nostra gioia, vera.

Questo è Il Calcio.

Il Calcio dei papà che vincono e tramandano la passione ai figli; i figli che lottano per i propri obiettivi e che lo tramanderanno ai propri figli, o figlie, non me ne vogliano. Famiglie, amici, conoscenti, colleghi, fidanzate, volontari, imprenditori, operai che si riuniscono allo stadio con passione.

Grazie ‘ragazzi’.

Quali altre realtà simili ci sono?

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#IceBucketChallenge : social aiuto o polemica?

In questi giorni si parla spesso di Ice Bucket Challenge e oramai tutti sanno cos’è. Per farla in breve, è una prova nella quale bisogna vuotarsi un secchio di acqua e ghiaccio in testa oppure effettuare una donazione per la SLA (sclerosi laterale amiotrofica). A seguito della prova, è necessario nominare altre persone per sfidarle, creando una moderna Catena di Sant’Antonio per raggiungere più utenti possibili. La donazione invece viene fatta sul sito di AISLA.

Ice Bucket Challenge

Ice Bucket Challenge

Tutto così facile e lineare? Assolutamente no. Quando crei un evento di questo genere, il mondo si schiera, e c’è sempre chi è contro per partito preso. Diciamocelo, in questi tempi moderni, essere contro fa figo.

Iniziano le polemiche sul fatto che ‘è estate e una secchiata di acqua fredda in testa non è una sfida’; che ‘bisogna fare le donazioni invece che questi giochi su internet’; che ‘è solo una trovata pubblicitaria per i famosi e per il loro personal branding’; che ‘è stata scelta la SLA perché avrà una sponsorizzazione maggiore rispetto all’HIV, la malaria, ecc.’; che ‘si spreca l’acqua per un gioco mentre in Africa si muore ancora di disidratazione per mancanza d’acqua’. Punti di vista. Li analizziamo insieme guardando a questa attività specifica?

Versarsi un secchio di acqua in testa non è una grande sfida, effettivamente, nonostante sia stata l’estate più fredda degli ultimi tempi con piogge e disastri vari. Diciamo che è stato scelto un modo simpatico per proporre una riflessione su una questione molto seria come la SLA, o #ALS come sarebbe in inglese. Chi di voi ha guardato e sorriso sui video di alcuni famosi, più o meno simpatici, vedi il video di Valentino Rossi, e più o meno sexy, come quello di Belen?

Bisogna fare le donazioni. Sono d’accordissimo e chi è critico su quest’aspetto, dovrebbe tuttavia guardare alcuni dati che sono stati messi a disposizione: dall’inizio dell’#icebucketchallenge si è passati da 12 milioni di dollari, di donazioni in America, a 42 milioni di dollari. In Italia, sempre dopo la presentazione della sfida, si è arrivati a 250.000€ (dati pubblicati su facebook da AISLA). Sono molti o sono pochi? Non ho i dati per poter giudicare, sicuramente sono donazioni che non sarebbero mai avvenute se non ci fossero stati i social media a divulgare questi video.

E’ una trovata pubblicitaria per farsi conoscere e aumentare i fans. E’ sicuramente un rischio grosso e che, chi lo avesse visto veramente da questa prospettiva, è da considerare per quello che dimostra. Ognuno dona quello che può, non c’è un minimo e non c’è un massimo, ma tutti possono essere d’aiuto. Il problema, in questo caso, è pensare sempre che ‘a noi, o a chi ci sta vicino, non accadrà mai e non ne avremo bisogno’, nella speranza, con tutto me stesso, che sia così per tutti, se dovesse capitare, sarà tardi per fare la donazione per la ricerca.

La SLA è stata scelta, a mio semplice parere, in quanto è venuta per prima a loro questa idea, che poteva tranquillamente finire in un buco nell’acqua. E’ iniziato da uno sportivo e, tristemente, il mondo dello sport mette i campioni in prima pagina per anni e poi li rimette quando sono affetti da questa malattia. Tanti casi anche in Italia e tanti che non passano nemmeno per la televisione o per un telegiornale. Poteva essere una qualsiasi altra problematica ad adottare quest’opportunità di visibilità.

Io ho partecipato, grazie a SQcuola di Blog, al progetto #unimmagineperFilippo avviata su Twitter, che non chiedeva soldi, ma solo un’immagine da inserire nel profilo di un ragazzo non vedente che voleva fare il blogger. Si capiva già quale forza possano avere questi mezzi di comunicazione: non solo a uso personale e di ‘perdita di tempo’, ma possono sviluppare progetti concreti e ottenere risultati altrettanto concreti, se utilizzati con della consapevolezza.

In Africa si muore per mancanza d’acqua mentre qui si spreca. Partendo da una semplice riflessione: è incredibile come nel 2014, ancora, ci sia il problema dell’acqua in Africa, si può girarla verso chi fa questa osservazione: voi che esprimete questa corretta considerazione, durante il resto delle vostre giornate, chiudete l’acqua del rubinetto quando vi lavate i denti? Chiudete l’acqua della doccia quando vi state insaponando? Sicuramente non farete i gavettoni o utilizzerete le pistole d’acqua tra di voi e nemmeno le farete usare ai vostri figli, giusto? Suppongo. Tutti i giorni dobbiamo guardare bene a quello che facciamo e nessuno di noi, credo, riesce a essere perfetto in tutto perché è questione di cultura e abitudini, che troppo spesso non abbiamo.

OSSERVAZIONE FINALE

Idea geniale oppure no, si sono potuti raccogliere fondi per la SLA che altrimenti non sarebbero mai stati raccolti. E’ stato di una portata tale questo evento che, se ieri chiedevi cos’era la SLA in pochi la conoscevano. Oggi, tanti sono andati a vedere cos’è e tanti, ne sono certo, hanno effettuato donazioni senza nemmeno farsi versare il secchio d’acqua in testa.

I social network non sono solo mezzi utilizzati da ‘mio cuggggino’ per sviluppare un brand di un’azienda facendo ‘cose a caso’, ma hanno un potenziale tale che dev’essere valorizzato e studiato ogni volta che vengono presi in considerazione nuovi progetti. Smettiamola di criticare a testa bassa e valorizziamo chi ha idee valide che possono essere anche d’aiuto e far fruttare nuovi progetti. Rilassiamoci e, almeno stavolta, facciamo la donazione. Voi che ne pensate? Come si potrebbe sviluppare questa sfida?

Ice Bucket Challenge

Ice Bucket Challenge

Lo chiamavano Raffaello, ma era il 10

10. Diadora. Raffaello.

E’ arduo raccontare qualcosa di te che gli altri non sappiano già, perché sei stato per anni sotto i riflettori. Quei quattro riflettori che sono posizionati negli angoli del campo e non quelli della televisione.

Tu non eri da studio televisivo e Formentera. Tu eri quello che dava l’anima in campo e faceva sognare i tifosi e i bambini. Tu eri quello che litigava con il ‘mister’ perché avevi troppa personalità ed estro. Tu eri quello che ha tirato un rigore decisivo e lo ha maledettamente spedito alle stelle, ma tu sei il 10.

De Gregori diceva “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia” e tu avevi fantasia da vendere.

Ti vedevo giocare e sognavo di diventare come te, con le scarpette Diadora con la tua firma sopra e il logo giallo fluo, quando ancora le scarpe erano soltanto nere e non una fiera di colori come adesso.

Entravo negli spogliatoi e mi chiedevo:

chissà cosa fa il 10 prima di entrare in campo,

quale scarpa si allaccia prima,

cosa pensa quando inizia la partita

e come affronterà le critiche post partita

Sì perché quelli con l’estro all’ennesima potenza come te non possono essere capiti da tutti e l’unico modo che avevano di affrontarti era la critica. Ho sempre adorato le storie dei numeri 10, che adesso sono una rarità, quelle che partono dai settori giovanili di squadre piccole e arrivano sul tetto del mondo.

L’Avvocato Agnelli definì il tuo successore Pinturicchio perché allievo del grande Maestro Raffaello, come invece definì te. Raffaello perché eri perfetto nelle tue idee, elegante nelle tue movenze e intelligente dentro e fuori dal campo.

Raffaello.

Senza togliere onore e importanza alle parole dell’Avvocato, per me, per quel bambino che correva con le tue scarpe e sognava di fare uno dei tuoi goal, che ti ricorda coi brividi per tutto il corpo, tu eri il 10.

Un giorno mi hanno chiesto “se ti dico 10 tu a cosa pensi?”, e io senza indugiare risposi “Baggio”.

Cremonini cantava “da quando Baggio non gioca più, non è più domenica”, aveva ragione.

E sì…secondo me ti allacciavi prima la scarpa sinistra che quella destra prima di entrare in campo. Come faccio io.

Roberto Baggio 10

Roberto Baggio 10